Il Sinodo della Chiesa d’Inghilterra
e Kairos Palestine II
Il dibattito avviato nel luglio 2026 all’interno del Sinodo della Chiesa d’Inghilterra sul documento Kairos Palestine II non è un episodio isolato né un semplice confronto interno. È, piuttosto, un segnale di una tensione più ampia che attraversa le chiese europee: la difficoltà di assumere una posizione chiara e profetica di fronte alla tragedia palestinese, in un contesto in cui le pressioni politiche, diplomatiche e interreligiose tendono a limitare la libertà di parola ecclesiale.
L’articolo pubblicato da Riforma il 14 luglio 2026 ha messo in luce con precisione chirurgica questa tensione: da un lato, la richiesta insistente delle comunità palestinesi – cristiane e non – di essere ascoltate nella loro sofferenza e nella loro analisi della situazione; dall’altro, la pressione esercitata da gruppi ebraici britannici affinché la Chiesa d’Inghilterra prenda le distanze da un documento che definisce la politica israeliana come “apartheid” e “colonialismo di insediamento”. Il Sinodo si è trovato così al centro di un conflitto che non è solo politico, ma profondamente teologico: può una chiesa occidentale permettersi di ignorare la voce dei cristiani palestinesi? Può evitare di confrontarsi con accuse così gravi, sostenute da organismi internazionali, da Ong israeliane e da una parte crescente della comunità accademica? E, soprattutto, può rinunciare al proprio ruolo profetico per paura di incrinare relazioni interreligiose?
Queste domande non riguardano solo la Chiesa d’Inghilterra.
Riguardano tutte le chiese europee, comprese quelle italiane. Il dibattito inglese è uno specchio che riflette le nostre esitazioni, le nostre paure, le nostre responsabilità. Il punto più significativo del dibattito sinodale è stato il passaggio dalla proposta iniziale di “ricevere” il documento Kairos Palestine II a una formulazione più cauta: “ascoltare le voci palestinesi”. Questa modifica, apparentemente minima, è in realtà profondamente politica.
“Ricevere” un documento implica riconoscerne la legittimità, accettare che esso entri nel dibattito ecclesiale come contributo autorevole. “Ascoltare”, invece, è una formula più debole: non impegna, non vincola, non comporta alcuna assunzione di responsabilità. La scelta del Sinodo di optare per la seconda formulazione è stata interpretata da molti come un cedimento alle pressioni esterne.
E non è difficile capire perché: nelle settimane precedenti il Sinodo, diversi leader ebraici britannici – tra cui il Board of Deputies of British Jews e il Chief Rabbi – avevano espresso forte preoccupazione per il linguaggio di Kairos Palestine II, definendolo “infiammatorio”, “unilaterale” e “potenzialmente dannoso per le relazioni ebraico-cristiane”. La Chiesa d’Inghilterra si è trovata così in una posizione delicata: da un lato, la necessità di mantenere relazioni interreligiose positive; dall’altro, la responsabilità di ascoltare i cristiani palestinesi, che chiedono alle chiese occidentali di non essere abbandonati.
Il documento Kairos Palestine II si caratterizza per un linguaggio forte:
parla di “apartheid”, “colonialismo di insediamento”, “genocidio lento”, “pulizia etnica”. Molti hanno criticato queste espressioni, definendole eccessive o ideologiche. Ma il punto è che tali accuse non nascono nel vuoto: sono sostenute da una vasta letteratura internazionale, da rapporti di Ong israeliane come B’Tselem, da Amnesty International, da Human Rights Watch, e – fatto ancora più rilevante – da pareri giuridici della Corte Internazionale di Giustizia. Ignorare queste accuse significa ignorare un dibattito globale. Significa sottrarsi alla responsabilità di confrontarsi con la realtà. Il Sinodo, scegliendo di non “ricevere” il documento, ha implicitamente evitato di assumere una posizione su queste accuse.
Ma una chiesa può davvero evitare di confrontarsi con una questione così centrale?
Può permettersi di non prendere posizione su una situazione che molti giuristi internazionali definiscono come violazione sistematica dei diritti umani? La risposta, dal punto di vista etico, è no. Una chiesa non può evitare la verità. Non può sottrarsi alla responsabilità profetica. Le critiche al documento sono state numerose, soprattutto da parte di gruppi ebraici britannici e di alcuni settori ecclesiali occidentali. Possiamo sintetizzarle in quattro categorie principali: il linguaggio “infiammatorio”; il rischio di danneggiare le relazioni ebraico-cristiane; la presunta “unilateralità” del documento; l’accusa di antisemitismo.
Molti hanno sostenuto che termini come “apartheid” o “colonialismo di insediamento” siano eccessivi, ideologici, divisivi. Ma questa critica ignora un fatto fondamentale: tali termini non sono invenzioni dei cristiani palestinesi. Sono categorie utilizzate da B’Tselem, Ong israeliana per i diritti umani; Human Rights Watch, Amnesty International, UN Special Rapporteurs, Corte Internazionale di Giustizia. Il linguaggio di Kairos Palestine II è dunque un linguaggio giuridico, non retorico. È un linguaggio che descrive una realtà, non che la inventa.
Il rischio di danneggiare le relazioni ebraico-cristiane è la critica più ricorrente. Si sostiene che il documento possa incrinare il dialogo con le comunità ebraiche, alimentare tensioni, generare incomprensioni. Ma qui si apre un nodo teologico cruciale: il dialogo interreligioso può diventare un alibi per evitare la verità? Se il dialogo serve a proteggere la sensibilità di una parte, ma impedisce di ascoltare la sofferenza dell’altra, allora non è dialogo: è diplomazia ecclesiale. E la diplomazia ecclesiale non è il compito della Chiesa.
Sulla presunta “unilateralità” del documento, secondo cui Kairos Palestine II non riconoscerebbe la sofferenza israeliana, in particolare dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, va fortemente confermato che questa critica è infondata. Il documento infatti afferma chiaramente che: la violenza contro civili è sempre inaccettabile, la sofferenza israeliana è reale e deve essere riconosciuta, la pace richiede sicurezza per entrambi i popoli. Ciò che il documento rifiuta è l’uso della sofferenza israeliana come giustificazione per un sistema di oppressione permanente.
L’accusa di antisemitismo. Questa è la critica più grave, ma anche la più infondata. Definire una politica come “apartheid” non significa attaccare un popolo. Significa analizzare un sistema politico. Confondere critica politica e antisemitismo è un errore concettuale che rischia di impedire qualsiasi discussione seria sulla situazione in Palestina.