Edoardo Arcidiacono
Paolo ci ricorda che Dio è uno solo ed è Padre di ogni persona, senza distinzioni. È vicino a tutti e agisce nella vita di tutti.
Nella vita quotidiana, però, facciamo spesso esperienza di divisioni. Anche tra le persone più care, come in famiglia, basta poco per rovinare l’armonia: una parola sbagliata, un tono duro, una scelta fatta senza ascoltare, oppure un silenzio che fa male.
Proprio in questi momenti questo versetto ci invita a fermarci e a guardare le cose da un’altra prospettiva. Ci ricorda che Dio è Padre di tutti: dei cattolici, dei protestanti, di me e anche di chi mi sta accanto, perfino di chi in questo momento faccio fatica ad accettare.
Da qui nasce l’unità tra i cristiani: dal riconoscere che abbiamo tutti lo stesso Padre. Questo non significa che le differenze spariscano, ma che non diventano un motivo per dividerci.
Le ferite non vengono cancellate, ma non devono trasformarsi in muri che ci separano.
L’unità non è qualcosa che costruiamo da soli: è un dono di Dio. A noi è chiesto di custodirla, di prendercene cura e di camminare insieme su questa strada.
Quando ricordiamo tutto questo, cambia anche il nostro modo di guardare gli altri. L’altro non è più un nemico o qualcuno da combattere.
È un fratello, una sorella, con cui, nonostante tutto, è sempre possibile ricominciare.
Lo stesso vale nel lavoro, a scuola e in tutti gli ambienti della vita quotidiana. Ogni giorno incontriamo persone diverse da noi: per carattere, per sensibilità, per idee, per modo di esprimersi. Alcune ci sono naturalmente simpatiche e ci sentiamo in sintonia con loro; altre, invece, ci mettono alla prova, ci infastidiscono o ci risultano difficili da capire.
Con alcune parliamo lo stesso linguaggio, con altre facciamo più fatica a comunicare.
Dentro questa realtà spesso faticosa, la Parola di Dio ci riporta sempre a un punto fondamentale: Dio è al di sopra di tutti. Davanti a Lui non esistono persone più importanti di altre. Nessuno vale più di qualcun altro, nessuno può sentirsi superiore. Tutti siamo sullo stesso piano, tutti siamo figli dello stesso Padre.
Quando questa verità entra davvero nel nostro modo di vivere, qualcosa cambia: impariamo a rispettare di più, ad ascoltare con maggiore attenzione, a camminare con umiltà, senza giudicare e senza metterci al centro dell’attenzione.
Efesini 4,6 ci dice anche che Dio è fra tutti. Questo aspetto parla della sua presenza viva nelle relazioni. Dio non è lontano, non osserva da fuori la nostra vita: è in mezzo a noi quando scegliamo il dialogo, quando proviamo a capirsi gli uni con gli altri.
Basta pensare a una discussione tra amici o in famiglia: quando qualcuno trova il coraggio di fare il primo passo verso la riconciliazione, lì Dio sta già agendo.
Il versetto afferma infine che Dio è in tutti. Questa affermazione è forse la più impegnativa, perché ci chiede di guardare le persone con occhi nuovi. Anche chi ci delude, chi è fragile, chi sbaglia o fa fatica nel suo cammino porta in sé l’opera di Dio. Nella vita delle nostre chiese questo è molto concreto: non tutti hanno gli stessi doni, lo stesso carattere o lo stesso modo di vivere la fede, ma Dio opera in ciascuno. Riconoscerlo significa imparare a valorizzare la diversità senza trasformarla in motivo di divisione.
Vivere Efesini 4,6 non è qualcosa di astratto o lontano dalla nostra vita. Al contrario, significa fare scelte molto concrete, ogni giorno. Nelle famiglie, ad esempio, vuol dire spegnere il cellulare mentre qualcuno ci sta parlando e ascoltare davvero. Vuol dire scegliere il dialogo invece del silenzio ostinato, che spesso crea distanza e ferisce più di tante parole. Nelle relazioni quotidiane significa fare attenzione alle parole che usiamo, evitare quelle che dividono o feriscono, cercare invece parole che costruiscono.
Nella vita di chiesa significa camminare insieme, portare i pesi gli uni degli altri, senza lasciare nessuno indietro o solo.
Significa avere uno sguardo attento anche verso chi resta ai margini, verso chi è più fragile o meno visibile.
Efesini 4,6 ci invita a vivere ogni giorno ricordandoci chi è Dio e chi siamo noi. Dio è il Padre di tutti e noi siamo tutti suoi figli. Quando questo lo teniamo davvero in mente, cambia il nostro modo di parlare, di ascoltare e di stare con gli altri. Anche i gesti più semplici, se fatti con amore, aiutano a creare unità.
Questo messaggio ci accompagna anche nei momenti difficili della vita. Quando siamo stanchi, delusi o scoraggiati, ricordare che Dio è Padre di tutti ci aiuta a non chiuderci in noi stessi. Pensiamo a una giornata pesante, quando torniamo a casa nervosi e carichi di tensione. Invece di sfogarci con parole dure, possiamo fermarci un attimo, respirare e scegliere una risposta più adeguata. Anche questo è un modo concreto di vivere l’unità.
Efesini 4,6 ci insegna che le differenze non devono dividerci, ma possono diventare un dono. Quando ricordiamo che abbiamo tutti lo stesso Padre, impariamo a guardare l’altro non come un ostacolo, ma come una ricchezza. Così il testo non resta solo un versetto da leggere, ma diventa una guida per camminare ogni giorno nell’amore, nella pazienza e nella speranza. Vivendo in questo modo, le relazioni si rafforzano, la fiducia cresce e anche la nostra testimonianza diventa più credibile. Non servono gesti straordinari. Serve fedeltà nelle piccole cose.
«C’è un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti e in tutti»: queste parole risuonano con particolare forza durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ci ricordano che, pur appartenendo a confessioni diverse, abbiamo lo stesso Padre. È Lui che ci accompagna e cammina con noi.
Non siamo in cammino gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri, sostenuti dallo stesso amore di Dio. Sapere che Dio cammina con noi ci dà coraggio, soprattutto quando il dialogo è faticoso e le differenze sembrano più forti di ciò che ci unisce.
Con l’aiuto di Dio possiamo camminare insieme, passo dopo passo, possiamo testimoniare insieme l’accoglienza, la pace, la giustizia. Nessuno è chiamato a fare questo cammino da solo: Dio ci affida gli uni agli altri, anche nelle differenze, per aiutarci a crescere nella fiducia reciproca.
Quando scegliamo di vivere così, Efesini 4,6 diventa vita concreta per noi. Sono questi gesti che rendono visibile l’amore di Dio.
L’unità dei cristiani non significa essere tutti uguali o pensare allo stesso modo, ma significa riconoscere che abbiamo un solo Dio e Padre, che ci ama e ci chiama a vivere come una famiglia. È un cammino che richiede impegno, ma che porta frutto quando è vissuto con sincerità.
In un tempo come il nostro, segnato da divisioni profonde, intolleranze, ingiustizie, soprusi, guerre e violenze, l’unità dei cristiani non è qualcosa di secondario o facoltativo: è una chiamata urgente che riguarda ciascuno di noi.
Se annunciamo un solo Dio che è Padre di tutti, non possiamo accettare che l’odio abbia l’ultima parola. Siamo chiamati a essere segno di riconciliazione, a testimoniare che un altro modo di vivere è possibile.
Ogni volta che scegliamo l’amore invece del giudizio, il dialogo invece della chiusura, rendiamo visibile l’opera di Dio. Così, con la vita prima ancora che con le parole, testimoniamo che siamo davvero figli e figlie di un solo Padre, chiamati a costruire pace, giustizia e speranza nel mondo.