L’apostolo Paolo ci ricorda che uno solo è Dio, il
Padre di ogni essere umano senza fare distinzioni. È vicino a tutti e
agisce nella vita di tutti.
Quasi spesso nella vita di tutti i giorni, noi come
essere umani invece sperimentiamo incomprensioni e divisioni anche tra le
persone più care, basta: una parola sbagliata, un tono duro, per rovinare
l’armonia.
Il versetto 6 di Efesini ci invita a guardare le
cose da un’altra prospettiva. Ci ricorda che Dio è Padre di tutti: dei
cattolici, dei protestanti, degli ortodossi,
è Padre anche di colui o colei di cui faccio spesso fatica ad accettarli.
Da qui nasce l’unità tra i cristiani: dal
riconoscere che abbiamo tutti lo stesso Padre.
L’unità non è qualcosa che costruiamo da soli: è
un dono di Dio. A noi è chiesto di custodirla, di prendercene cura e di
camminare insieme su questa strada.
Quando ricordiamo questo, cambia anche il nostro
modo di guardare gli altri, cambia il modo di pensare, percui l’altra persona
non è più un nemico da combattere.
Diviene un fratello, una sorella, con cui,
nonostante tutto, è sempre possibile ricominciare.
Lo stesso vale nel lavoro, a scuola e in tutti
gli ambienti della vita quotidiana. Ogni giorno incontriamo persone diverse da
noi: per carattere, per sensibilità, per idee, per modo di esprimersi. Alcune
ci sono simpatiche e ci sentiamo in sintonia con loro; altre, invece ci
infastidiscono o ci risultano difficili da capire.
Con alcune parliamo lo stesso linguaggio, con
altre facciamo più fatica a comunicare.
Dentro questa realtà spesso faticosa, la Parola di
Dio ci ricorda che solo Lui è al di sopra di tutti. Davanti a Dio non esistono
persone più importanti di altre. Tutte sono uguali. Nessuno, nessuna vale più dell’
altro, dell’altra, nessuno può sentirsi superiore. Tutti siamo sullo stesso
piano, tutti siamo figli dello stesso Padre.
Quando questa verità entra davvero nel nostro
modo di vivere, qualcosa cambia: impariamo a rispettare di più, ad ascoltare
con maggiore attenzione, a camminare con umiltà, senza giudicare e senza
metterci al centro dell’attenzione.
Efesini 4,6 ci dice anche
che Dio è fra tutti. Questo aspetto parla della sua presenza viva nelle
relazioni. Dio non è lontano, non osserva da fuori la nostra vita: è in mezzo a
noi quando scegliamo il dialogo, quando proviamo a capirsi gli uni con gli
altri.
Basta pensare a una discussione tra amici o in
famiglia: quando qualcuno trova il coraggio di fare il primo passo verso la
riconciliazione, lì Dio sta già agendo.
Il versetto afferma infine che Dio è in tutti.
Questa affermazione è forse la più impegnativa, perché ci chiede di guardare le
persone con occhi nuovi. Anche chi ci delude, chi è fragile, chi sbaglia o fa
fatica nel suo cammino porta in sé l’opera di Dio. Nella vita delle
nostre chiese questo è molto concreto: non tutti hanno gli stessi doni, lo
stesso carattere o lo stesso modo di vivere la fede, ma Dio opera in ciascuno.
Riconoscerlo significa imparare a valorizzare la diversità senza trasformarla
in motivo di divisione.
Vivere Efesini 4,6 non è qualcosa di
astratto o lontano dalla nostra vita. Al contrario, significa fare scelte molto
concrete, ogni giorno. Nelle famiglie, ad esempio, vuol dire spegnere il
cellulare mentre qualcuno ci sta parlando e ascoltare davvero. Vuol dire
scegliere il dialogo invece del silenzio ostinato, che spesso crea distanza e
ferisce più di tante parole. Nelle relazioni quotidiane significa fare
attenzione alle parole che usiamo, evitare quelle che dividono o feriscono,
cercare invece parole che costruiscono.
Nella vita di chiesa significa camminare insieme,
portare i pesi gli uni degli altri, senza lasciare nessuno indietro o solo.
Significa avere uno sguardo attento anche verso
chi resta ai margini, verso chi è più fragile o meno visibile.
Efesini 4,6 ci invita a
vivere ogni giorno ricordandoci chi è Dio e chi siamo noi. Dio è il Padre di
tutti e noi siamo tutti suoi figli. Quando questo lo teniamo davvero in mente,
cambia il nostro modo di parlare, di ascoltare e di stare con gli altri. Anche
i gesti più semplici, se fatti con amore, aiutano a creare unità.
Questo messaggio ci accompagna anche nei momenti
difficili della vita. Quando siamo stanchi, delusi o scoraggiati, ricordare che
Dio è Padre di tutti ci aiuta a non chiuderci in noi stessi. Pensiamo a una
giornata pesante, quando torniamo a casa nervosi e carichi di tensione. Invece
di sfogarci con parole dure, possiamo fermarci un attimo, respirare e scegliere
una risposta più adeguata. Anche questo è un modo concreto di vivere l’unità.
Efesini 4,6 ci insegna
che le differenze non devono dividerci, ma possono diventare un dono. Quando
ricordiamo che abbiamo tutti lo stesso Padre, impariamo a guardare l’altro non
come un ostacolo, ma come una ricchezza. Così il testo non resta solo un
versetto da leggere, ma diventa una guida per camminare ogni giorno nell’amore,
nella pazienza e nella speranza. Vivendo in questo modo, le relazioni si
rafforzano, la fiducia cresce e anche la nostra testimonianza diventa più
credibile. Non servono gesti straordinari. Serve fedeltà nelle piccole cose.
«C’è un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra
tutti, fra tutti e in tutti»: queste parole risuonano con particolare forza
durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ci ricordano che,
pur appartenendo a confessioni diverse, abbiamo lo stesso Padre. È Lui che ci
accompagna e cammina con noi.
Non siamo in cammino gli uni contro gli altri, ma
gli uni accanto agli altri, sostenuti dallo stesso amore di Dio. Sapere che Dio
cammina con noi ci dà coraggio, soprattutto quando il dialogo è faticoso e le
differenze sembrano più forti di ciò che ci unisce.
Con l’aiuto di Dio possiamo camminare insieme,
passo dopo passo, possiamo testimoniare insieme l’accoglienza, la pace, la
giustizia. Nessuno è chiamato a fare questo cammino da solo: Dio ci affida gli
uni agli altri, anche nelle differenze, per aiutarci a crescere nella fiducia
reciproca.
Quando scegliamo di vivere così, Efesini 4,6
diventa vita concreta per noi. Sono questi gesti che rendono visibile l’amore
di Dio.
L’unità dei cristiani non significa essere tutti
uguali o pensare allo stesso modo, ma significa riconoscere che abbiamo un solo
Dio e Padre, che ci ama e ci chiama a vivere come una famiglia. È un cammino
che richiede impegno, ma che porta frutto quando è vissuto con sincerità.
In un tempo come il nostro, segnato da divisioni
profonde, intolleranze, ingiustizie, soprusi, guerre e violenze, l’unità dei
cristiani non è qualcosa di secondario o facoltativo: è una chiamata urgente
che riguarda ciascuno di noi.
Se annunciamo un solo Dio che è Padre di tutti,
non possiamo accettare che l’odio abbia l’ultima parola. Siamo chiamati a
essere segno di riconciliazione, a testimoniare che un altro modo di vivere è
possibile.
Ogni volta che scegliamo l’amore invece del
giudizio, il dialogo invece della chiusura, rendiamo visibile l’opera di Dio.
Così, con la vita prima ancora che con le parole, testimoniamo che siamo
davvero figli e figlie di un solo Padre, chiamati a costruire pace, giustizia e
speranza nel mondo.