John Morton - Aceb_PugliaBasilicata

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ANNO XI- Aggiornato al:10 Dicembre 2017
"Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo" (Galati 6:2)
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Personaggi
 

John Morton
a cura di Salvatore Rapisarda, pastore emerito

John Morton (o Murton), compagno di John Smyth e Thomas Helwys, fece parte del gruppo di dissidenti inglesi che nel 1607 trovarono rifugio ad Amsterdam per sfuggire alla persecuzione sperimentata in patria. In Olanda, dunque, fu tra i fondatori della prima chiesa battista (1609). Quando Smyth cominciò a nutrire dubbi sulla validità del battesimo amministrato al di fuori di una “successione” ininterrotta di battezzati e chiese di entrare a fare parte della comunità Mennonita di Amsterdam, Helwys, Murton e altri si separarono da Smyth e dal suo gruppo, perché davano valore al battesimo in quanto amministrato su confessione di fede e non alla “successione” di cui, tra l’altro, non trovavano garanzia in alcuna chiesa o gruppo. Assieme a Helwys, nel 1612 è di nuovo in quell’Inghilterra che aveva appena mandato al rogo Bartolomeo Legate e Edoardo Wightman con l’accusa di eresia. Tornarono per testimoniare la verità ai connazionali ritenuti “sotto il trono di satana”. L’anno dopo, mentre Helwys è in prigione per aver sostenuto la libertà di coscienza e per essersi battuto contro le ingerenze del re nelle questioni di fede (cfr. Riforma 19/9/2008, pg 6), Morton diventa il successore di Helwys e il pastore della chiesa di Spitalfield. Tuttavia, ben presto anche lui sarà cacciato nella lurida e malsana prigione di Newgate, che già alloggiava Helwys, e lì morirà nel 1626.

A differenza di Smyth, che era laureato, e di Helwys, che aveva un’istruzione superiore, Murton aveva un’istruzione elementare ed era un artigiano, conciatore – pellicciaio. Ciò non gli impedì di pensare e di scrivere diverse lettere alle chiese e diversi libretti in cui trattava argomenti teologici quali la difesa dell’arminianesimo, la libertà di scelta, l’elezione, il battesimo, infanti senza peccato originale, il ministero dei laici, la possibilità per i laici di amministrare il battesimo ecc…. Molti degli argomenti trattati nei suoi scritti risentono della controversia con i contemporanei John Wilkinson e John Robinson, nonché della cultura religiosa dominata dalla chiesa anglicana. Nonostante la lunga detenzione in carcere, Morton scrisse anche due trattati: Obejections Answered by Way of Dialogue e The Humble Supplication. Secondo Roger Williams, Morton al posto dell’inchiostro usava il latte che gli veniva portato in prigione e scriveva sulla carta che trovava come tappo della bottiglia. Era questo un modo per fare pervenire i suoi scritti ad un amico che li leggeva in controluce, li trascriveva con inchiostro e li faceva circolare.
Il trattato, Objections Answered by Way of Dialogue, come dice il titolo, presenta un dialogo immaginario in cui tre soggetti – Il Cristiano, L’Anti-cristiano e L’Indifferente – discutono fondamentalmente di libertà. Morton si propone di affermare la libertà di religione e scrive: “Nessuno dovrebbe essere perseguitato a causa della sua religione, sia essa vera o falsa”. In queste affermazioni di Morton c’è sicuramente l’eco delle parole di Helwys che perora la libertà di coscienza non soltanto per i cristiani, ma per tutti: eretici, musulmani, ebrei, cattolici (papisti). Le argomentazioni di Morton sono molto articolate. Intanto afferma: “E’ abominevole…agli occhi del Signore costringere uomini e donne con persecuzioni crudeli, costringere i loro corpi ad adorare là dove loro non possono portare il loro spirito”. Agli occhi di Morton la religione non può essere imposta sulle coscienze, perché ciò, oltre ad essere una palese violenza, non lascerebbe spazio alla parola di Dio che chiama alla risposta della fede. Inoltre, la religione on può essere imposta alla luce della predestinazione, così come veniva compresa dai calvinisti del suo tempo. Pertanto – egli sostiene – sulla coscienza del singolo non deve essere esercitata alcuna pressione, né con la violenza delle sanzioni economiche, con la prigione o il rogo, né con la dottrina della predestinazione che renderebbe superflua la risposta alla chiamata di Dio. Quanto all’obiezione di chi vuole sradicare l’errore con la forza, ben attuata dalla politica del monarca e dalla chiesa anglicana, Morton fa appello alla parabola delle zizzanie. Egli lascia a Dio e al tempo da lui stabilito di rivelare la verità per distinguerla dall’errore. La sua difesa della libertà di coscienza assume i connotati della scelta non violenta e della tolleranza a beneficio di tutti, senza alcuna distinzione. Nel perorare la libertà di religione anche per i cattolici, egli, come Helwys, non mostra alcun timore per gli echi del tempo di Maria la sanguinaria. Per loro è insopportabile la costrizione religiosa che sperimentano sotto Giacomo I (1603-1625).

Tornando in Inghilterra nel 1612, Morton testimonia del suo rifiuto di vivere la propria vita tranquillamente in un suolo ospitale, venendo così meno al dovere di testimoniare la verità e di battersi per la libertà. Egli, come già Helwys, affronta il problema principale: il re. Morton partecipa alla protesta che dopo il 1614 si leva contro il re da parte dei non conformisti e dei separatisti, che chiedono maggiore libertà religiosa e un nuovo assetto nel parlamento. Con il suo secondo trattato, The Humble Supplication, egli sostiene la sua lealtà al re e si dissocia dalle false accuse di anabattismo, un epiteto questo che, dopo i fatti di Muenster del 1535, in Inghilterra indica quanto di più esacrabile si possa immaginare in termini religiosi, dottrinali, morali e politici. Allo stesso tempo Morton rivendica la libertà di coscienza e denuncia le persecuzioni che egli e gli altri dissidenti soffrono per le loro idee religiose. Nel presentare in modo vivido quelle sofferenze sperimentate in prima persona, egli denuncia chi le impone, ma non arretra di un passo: “Le nostre prove sono lunghe e si protraggono per anni in prigionie…; lì molti sono morti e hanno lasciato vedove e bambini; i nostri beni sono stati confiscati…e tutto ciò non per slealtà verso la Vostra Maestà, né per male causato ad altri…ma soltanto perché non ammettiamo e non usiamo per il culto a Dio quelle cose in cui non crediamo, perché sarebbe un peccato contro l’Onnipotente”. Morton assieme a molti uomini e donne, tra cui sua moglie, Jane Hodgkin, testimoniano di uno spirito che non sa tacere di fronte alla menzogna, che non sa scendere a compromesso con i potenti, perché sa di vivere alla presenza del Signore della storia, nel discepolato della verità.

 
 
 
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